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NETTUNO
OTTO/'900

Persone, storie e tradizioni
a Nettuno nel 1800-1900

di AUGUSTO RONDONI

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08 - I Brovelli


 

I due fratelli che ebbero la fortuna di ereditare tutti i beni ed il patroni-mico dei Soffredini furono: Don Benedetto, nato nel 1830 a Nettuno, canonico della chiesa di San Giovanni; e Giovanni, nato nel 1832 a Nettuno, Assessore al Comune.
Questi contrasse matrimonio con Paola Censi, nel 1866. Da quel matrimonio nacquero: Giuseppe, Edvige, Francesco e Pietro Antonio.
Abitavano tutti in Piazza del Gelso (ora, Piazza Segneri-Soffredini) nella casa di loro proprietà, sovrastante un'ampia cantina per oltre 50 botti di vino.
Avevano vasti possedimenti, specialmente dopo aver ereditato i beni dei Soffredini, che erano curati dai fattori Alberto Prosperi e Romano D'Annibale, ed anche, in un secondo tempo, da Emilio Sabatini, che prima faceva il giardiniere con i Colonna.
Nel 1922 intrapresero la costruzione della nuova residenza, in Piazza San Francesco, più idonea alle esigenze di rappresentanza diplomatica.
Durante i lavori di sterro delle fondamenta, il sor Antonio Domenicucci, costruttore marchigiano, sposato con Cesira Maggi, da cui nacque il figlio Amelio, trovò un bel vaso di terracotta pieno di scudi d'oro, di varie epoche, che poi divise con i Brovelli, ai quali fece comodo tale liquido.
Giuseppe nacque nel 1867. Era il "dotto" di casa. Un gentile signore di bello aspetto, pittore e storico apprezzato, che aveva un grandissimo studio (circa la metà del palazzo) prospiciente sul grazioso giardino in Piazza San Francesco, angolo Via Sangallo, pieno di piante rare ed esotiche.
Reggeva il Consolato di Francia e, nelle ricorrenze, oltre ad esporre la bandiera, indossava una bellissima divisa, con alamari e feluca da diplomatico.
Usava offrire ai suoi ospiti dello Cherry, che porgeva su di un vassoio contenente due bicehierini di cui uno era colorato, ma vuoto. Riuscito lo scherzo, poi lo sostituiva con quello pieno. Mori nel 1936.

 

Edwige, nacque nel 1870. Era di piccola statura ma rotondetta; sovraintendeva all'andamento della casa e alla servitù. Burbera e sempre vigile, veniva soprannominata dal vicinato la "Paperozza", per via dei suoi starnazzamenti esterni alla casa, dove voleva che i ragazzi della contrada non si soffermassero mai sul marciapiedi di sua proprietà.
Svolgeva anche opere di Patronato e vestiva con abiti di lana pieghettati; color grigio o marrone, sui quali spiccavano sempre gli stivaletti gialli allacciati davanti. Era una espertissima ricamatrice. Frequentava le suore di S. Lucia Filippini, dove impartiva anche lezioni di ricamo. Dei fratelli fu la prima a morire, nel 1935.

 

 

Francesco, nato nel 1873, era la pecora nera della famiglia. Di aspetto gradevole e statura normale, rossiccio di capelli, era un gaudente. Poco più che ventenne, pretese dal padre e dai fratelli la quota che gli spettava, compresa quella dei Soffredini, sperperando la grossa fetta di patrimonio al gioco.
Rientrò a Nettuno senza una lira e i fratelli lo allontanarono. Lui per rivalsa cominciò ad andare sciatto e con la barba lunga, frequentava le bettole, dove beveva e giocava alle carte, perdendo tutto quel che gli rimaneva.
La sorella Edwige, di quando in quando, gli passava un pò di soldi sottomano. Si mise poi ad allevare maiali, ma pure questa attività gli andò male. Per questo lo soprannominarono il "Pecoraro". Scorno e scandalo vero e proprio per la casata. Per svariati anni dormi in una cantinola di Via delle Campane, vicino alla sagrestia, su di una branda con dei giornali sopra, al posto delle lenzuola. Fu la croce continua di don Benedetto, che se lo vedeva sempre davanti.
Venne la volta della quota dell'eredità dello zio materno, l'avvocato Annibale Censi Francesco dilapidò presto anche quella. Prima di morire, il fratello Giuseppe raccomandò a Pietrantonio di aiutarlo come poteva, giacché pure Francesco era del loro sangue; e poi, essendo tutti senza mogli e figli sarebbe andata comunque persa tutta la proprietà. Gli lasciò il piano superiore del palazzo ereditato dai Soffredini, che il "Pecoraro" dissolse in pochi anni. Mori nel 1948.
Pietrantonio nato nel 1878, era una specie di fattore. Curava le relazioni con il comune, faceva da segretario al fratello maggiore e dirigeva l'azienda agricola ed olearia. Un pò eccentrico nel vestire, di bassa statura, portava baffi alla d'Artagnan, con scarponi neri sformati (per una malformazione ai piedi), cappello a larghe falde e fiocco d'artista, come l'illustre fratello. Camminatore instancabile, controllava a piedi la vasta proprietà, sempre affaccendato anche con le scartoffie; economo nato. Taccagno all'inverosimile, faceva la spesa al mercato, ad ora di chiusura per comprare a basso costo i pescetti invenduti, ed adoperava per farli cuocere lo scarto dell'olio, perché il fiore lo vendeva.
Affabile e rispettoso, salutava sempre tutti. Esperto in floricoltura, vendeva fiori in vaso e confezionava corone funebri a pagamento.
Fu l'ultimo a morire nel 1952. Ma il suo decesso scatenò un putiferio riguardo alla successione dei beni.





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