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I CORSARI DI
TORRE ASTURA

di Antonio Pagliuca

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15 - Sebastiano prigioniero dei turchi


Fra la corrispondenza privata riportata dallo storico nettunese G. Brovelli Soffredini c'è una lettera scritta da Nettuno il 17 giugno 1802:

" ...Giorni sono doppo le ore otto (li Turchi) entrarono in una casa vicina le Grottacce e vi presero un ragazzo di circa 15 anni, mentre il padre stava mondando il grano, né fece in tempo a fuggire, il povero padre se lo vide rapire".

Quel ragazzo di circa 15 anni che lo storico nettunese ricorda, non era altro che il nostro Sebastiano e l'uomo che mondava il grano era suo padre, Berardo Ricci.

Non era una vera casa quella che la famiglia Ricci possedeva alle Grottacce, ma una vecchia baracca di un unico vano che serviva da rifugio, nelle ore di canicola, e da rimessa degli attrezzi agricoli. Era abbastanza lontana da Nettuno, ma non troppo dalla chiesa di San Rocco, ed era al centro di un podere ereditato dalla povera" Teresa.

Quel giorno Berardo aveva preceduto il figlio di qualche ora, perché essendo la " monda " del grano particolarmente pesante nei mesi caldi, era bene farla la mattina presto, col fresco.

Prima di partire chiamò Sebastiano, ma questo lo pregò di lasciarlo dormire ancora un po' essendo andato a coricarsi tardi per essersi trattenuto con gli altri cantori nella Chiesa di San Francesco a preparare la nuova Messa che si sarebbe dovuto cantare in occasione della festa di Sant'Antonio di Padova il giorno appresso.

Il ragazzo rimase a letto per altre due ore, ma senza poter chiudere occhio. Avrebbe dormito ancora " della grossa ", se due comari non si fossero messe a ironizzare ad alta voce sulla gonna di seta di Elisabetta Zoccoli la quale - e questo era il vero motivo - aveva fatto " la fattura " per portar via il fidanzato ad una nipote di esse.

I vicoli della vecchia Nettuno erano, e son rimasti ancora, così stretti da poter udire anche i bisbigli che si fanno nelle case che si fronteggiano; di notte, poi, il russare degli uomini che dormivano nelle case poste a destra del vicolo, faceva tutto un concerto col russare di quelli che abitavano a sinistra dello stesso vicolo. Siccome, però, russavano tutti, uomini, donne e bambini, ne veniva fuori un concerto polifonico grosso nel quale, tuttavia, non era difficile stabilire da quali cantori provenissero le singole voci: basso, cupo e forte era il timbro del russare degli uomini; leggero, debole e flebile quello delle donne e dei ragazzi; sfumato ed un po' asfittico quelle delle vecchiette e dei marmocchi. Ogni tanto, in quel concerto, si udivano gli a solo di qualche dormiente che voleva distinguersi dagli altri fischiando.

Quando Sebastiano non ne potè più del pettegolare delle due comari, scese dal letto per chiudere l'uscio di casa che a quei tempi rimaneva spalancato anche durante la notte, perché non c'era paura dei ladri dentro il castello, e si rimise a letto. Poiché il cicaléccio di quelle due infrangeva anche la spessa porta di legno, al povero ragazzo convenne di alzarsi. Dopo essersi lavato, bevve una buona tazza di latte con orzo e si avviò verso il podere della mamma a grandi passi.

Lungo la strada salì sul bel calesse di Pietro Di Pietro che, per recarsi a Foce Verde, alle sue mandrie, doveva percorrere un bel tratto di strada da quelle parti.

Arrivato ad un bivio, Sabastiano scese dal calesse, ringraziò " zi' Pietro " e si avviò verso il podere dove il padre stava mondando il grano.

L'ultimo tratto di strada che doveva percorrere Sebastiano era disseminato di rovi e di piante cedue che offrivano un discreto refrigerio in quel caldo insopportabile. Sebastiano camminava con passo sostenuto, abbattendo con un frustino le rigogliose piante di urtica che -incontrava lungo il cammino, quando un improvviso fruscio si trasformò in due ombre che si concretizzarono in due omaccioni che lo afferrarono, lo strinsero, gli tapparono la bocca con un fazzoletto e lo trascinarono alla prossima spiaggia dove li attendeva una veloce lancia per condurli ad uno sciabecco fermo all'ancora a qualche miglio dalla costa.

Allorché Berardo li vide, il ragazzo ed i due turchi erano già con gli altri due uomini sulla lancia che filava sulle acque calme, spinta da tre paia di remi. Il poveretto arrivò ansimando sulla spiaggia quando Sebastiano ed i suoi rapitori erano già a qualche centinaio di metri dal bagnasciuga; il pover'uomo si inoltrò, correndo, nell'acqua, sperando di raggiungerli per farsi prendere prigioniero anche lui, ma i turchi non gli badarono, né potevano capire il significato dei gesti e dei disperati richiami d'un padre che vuoi condividere la sorte del figlio.

Al povero Berardo non rimase altro da fare che mettersi a singhiozzare... Gli era venuta una diabolica tentazione che avrebbe posto fine alla sua vita ed ai suoi guai, ma lo sguardo gli andò per caso alla Croce del campanile di San Rocco e la tentazione svanì!

Il poveretto tornò a guardare sconvolto sul mare, finché la lancia dei predoni parve un giocattolo a confronto della mole del veliero turco che doveva ringoiarsela con tutti gli uomini che l'occupavano.

La fuga della lancia non sfuggì ai terrieri delle torri del litorale i quali non avevano sparato ai corsari quando erano arrivati, perché non li avevano visti; né gli spararono allora, perché quei dannati stavano allontanandosi verso l'alto mare. Il mare, oltre tutto, era pieno di legni corsari che " perseguitavano Pinchi e Martigave " dello stato pontificio, come scrive Brovelli Soffredini.

Riuscendo ad eludere la vigilanza dei presidi delle Torri di segnalazione, i seguaci della Mezzaluna approdavano silenziosamente e saccheggiavano le campagne di Nettuno e di Porto d'Anzio, catturando donne e bambini ed arraffando quanto capitava fra le loro mani.

La popolazione viveva nell'orgasmo: bastava un minimo sentore di invasione, che tutti fuggivano terrorizzati.

Ad aggravare le cose, bande di delinquenti davano falsi allarmi per far fuggire la gente dalle case in modo da poter razziare animali e cose.

Gli uomini della lancia non rivolsero parola a Sebastiano che se ne stava senza dar segni di insofferenza o, peggio, di paura.

Gli uomini si comportano come i cani: mordono chi mostra di aver paura e non osano accostarsi a chi, invece, si mostra sicuro o li guarda fissi, negli occhi. Anche se comprensibilmente ma non manifestamente emozionato, Sebastiano era soddisfatto: le cose si mettevano nel verso da lui desiderato!

La lancia filò spinta da braccia vigorose e un'ora dopo Sebastiano era sulla tolda di uno sciabecco, osservato con interesse da decine dì marinai della marina da guerra turca.

Il capitano della nave, che aveva assistito al trasbordo di Sebastiano dalla lancia al veliero, lo accolse con un mezzo sorriso che mise in mostra una chiostra di denti bianchissimi sotto un bel paio di mustacchi nerissimi. Gli occhi gli scintillavano per dono naturale, ma anche per la soddisfazione di aver fatto prigioniero un ragazzone che prometteva di essere un forte suddito di sua maestà il sultano Selim III.

Sebastiano, ad onta delle sofferenze provate per la schiavitù della mamma e, forse, proprio per quelle sofferenze, dimostrava qualche anno più dell'età che aveva. Il moto, il lavoro dei campi, e le faccende di casa che condivideva col padre, lo avevano irrobustito e preparato ad affrontare il peso fisico della vita, mentre i nobili propositi che sappiamo - il ritrovamento della madre - avevano arricchito il giovanetto di quelle qualità e di quelle virtù che ogni genitore vorrebbe vedere nel figlio. A tutto -questo si aggiunga la totale fiducia in Dio, che non gli consentiva di dubitare della buona riuscita dei suoi sani propositi.

Mentre il capitano lo osservava con un mezzo sorriso di soddisfazione, Sebastiano, che dai libri aveva appreso qualche espressione di saluto in lingua turca, disse:

- Salàm aleikumì

- Salàm aleikùm - rispose fra l'incredulo ed il meravigliato il capitano, che volle proseguire con qualche altra frase in turco credendo che Sebastiano conoscesse la sua lingua.

Accortosi che il turco di Sebastiano si limitava solo al saluto salàm aleikiim, il capitano e i suoi soldati scoppiarono in una risata fragorosa, accattivante.

Quel saluto, però, ave\a auutito negli occhi di quei furfanti la severità e lì aveva disposti alla benevolenza verso il nostro Sebastiano al quale, per ordine del capitano, fu dato del caffè, e un pezzo di pane simile, per fattezza 'e per sapore, al nostro pane.

Fortuna volle che il capitano conoscesse abbastanza bene l'inglese, cosicché potè scambiare qualche frase col ragazzo prigioniero che ai suoi occhi e, soprattutto, agli occhi dei suoi rudi marinai dovette apparire come un prigioniero di eccezione.

Un ragazzo italiano che sapeva qualche frase di turco e si esprimeva sufficientemente in inglese, non l'avevano mai incontrato, sebbene di ragazzi italiani ne avessero sbarcati parecchi sulla penisola anatolica!

Durante la navigazione dall'Italia alla Turchia, lo sciabecco che conduceva in cattività il nostro Sebastiano fece una breve sosta anche a Malta, dove si fermò per rifornirsi di acqua.

Un ufficiale inglese aveva interrogato col megafono il capitano rivolgendogli la rituale domanda: " Vi sono civili, donne o bambini a bordo? ". Il capitano aveva risposto con un " no " così deciso che quello se ne andò alzando la mano per un mezzo gesto di saluto.

Molte nazioni europee facevano carico all'Inghilterra di permettere agli alleati turchi atti di pirateria e il rapimento di donne e di bambini innocenti. L'Inghilterra aveva promesso di ispezionare le navi che attraccavano ai suoi porti, ma abbiamo visto or ora come venivano effettuate le ispezioni! Non potevano inimicarsi gli amici turchi!...

Durante il viaggio, Sebastiano, che il primo giorno era restato in un angusto angolo della stiva, aveva scambiato altre frasi col capitano il quale al termine di quella giornata, gli aveva affidato il servizio che si affida ad un mozzo: la pulizia in coperta e poi aiuto al cuoco. Costui lo prese subito a ben volere sia per la bravura dimostrata, sia per la celerità con cui apprendeva e ripeteva le parole più importanti che gli andava elencando. Non sapendo come dirgli " bravo! ", gli sorrideva dandogli una pacca amichevole sulle spalle.

In pochi giorni, Sebastiano non solo aveva appreso molti termini a memoria, ma, quel che più conta, si era conquistata la simpatia di tutti quei marinai e la stima del capitano, la cui cultura non superava quella del ragazzo; non era raro il caso che fosse il capitano a chiedere informazioni anche sulla geografia della Turchia e di tutto l'impero ottomano. Quel capitano, in fatto di conoscenza del proprio paese, era tale e quale a noi italiani che siamo di gran lunga meno informati degli stranieri riguardo alla nostra Patria...

Dopo Malta, il veliero approdò nel porticciolo di Finike, a sud del promontorio della Licia, sul Mediterraneo.

Sebastiano provò la stessa commozione che la madre aveva provato sette anni prima nell'osservare la bellezza di quel lembo di Turchia; ma la commozione di Teresa e di Leonardo era stata rattristata ancor più dalla nera previsione della schiavitù, mentre quella di Sebastiano fu, se così si può dire, addolcita dalla speranza di poter riabbracciare prima o poi la madre schiava.

Quando ai suoi occhi il contorno delle coste si fece più marcato e vide la terra dove viveva schiava la mamma, non seppe trattenere le lacrime,"né i singhiozzi.

II capitano, che lo teneva d'occhio e che riteneva quel pianto una manifestazione di disperazione, gli si avvicinò per rivolgergli in inglese alcune frasi di conforto e per ripetergli quel che già gli aveva detto più volte durante la traversata: che la Turchia era diventata, cioè, una nazione con tutte le caratteristiche europee; che era aperta più che mai ai traffici, al commercio e, soprattutto, alle idee venute fuori dalla rivoluzione francese; che presto, dopo la fine delle guerre che da alcuni anni stavano dissanguando le popolazioni del vecchio continente, ci sarebbe stata la pace, e, con la pace, il ritorno dei prigionieri alle loro case e la fine della schiavitù.

Aveva ripetuto più volte a Sebastiano che lui non avrebbe conosciuto la schiavitù, perché sarebbe stato subito consegnato alle autorità di Finiche che lo avrebbero avviato alle caserme per essere aggregato al corpo dei potenti e prepotenti giannizzeri. Comandante della compagnia di giannizzeri di stanza a Finike era il corbagi, comandante, Mahmut Bilgin, suo amico e concittadino al quale lo avrebbe raccomandato vivamente. Avevano frequentato insieme la scuola del Corano a Mugla, città a duecento chilometri da Finike.

Un po' alla volta, l'intensità della commozione che aveva provocato lagrime e singhiozzi al giovanetto si allentò al punto che Sebastiano riuscì a sorridere riconoscente al buon uomo.

Ringraziò ancora una volta il Signore che sembrava voler assecondare in modo fattivo i suoi desideri.

 



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